La storia


La grangia di S.Maria del Preposito (o S. Maria “ad Submonte” come viene definita in un documento dell’abbazia beneventana di San Modesto) è l’elemento di maggiore rilevanza del territorio di Summonte. La sua attestazione più antica risale al X secolo. Ceduta in permuta all’abbazia di Montevergine intorno al 1174 diviene, a partire dal 1229, il nucleo di aggregazione del nuovo casale verginiano di Fontanelle.

Sono strutture monastiche come questa a promuovere la progressiva trasformazione del paesaggio agrario in un razionale sistema produttivo. Si diffondono in questa zona le colture del castagno (largamente prevalenti), della vite, dell’ulivo e del nocciolo, insieme a coltivazioni particolari come quelle del lino e soprattutto del gelso (attestato intorno al 1037 nel territorio di Summonte costituisce la prima testimonianza del genere in Italia meridionale). Le fondazioni ecclesiastiche favoriscono, inoltre, l’accentramento abitativo.

In tale contesto si inserisce la penetrazione normanna verso la fine dell’XI secolo con fini di controllo strategico del territorio. Nel caso di Summonte sembra questa la ragione della scelta localizzativa del castello (documentato per la prima volta nel 1094) e della fortificazione del casale. Quest’ultimo potrebbe essere stato, prima di questa fase non il più significativo della zona, dal punto di vista demografico.

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Del resto ancora nel 1159 la platea è esterna al castrum e gli abitanti del nucleo fortificato hanno limitati diritti di pascolo e di legnatico. Anche i travagliati rapporti tra feudatari di Summonte e la comunità sottoposta all’abazia di Montevergine, testimoniano la rilevanza della funzione di controllo militare rispetto a quella produttiva. All’interno del borgo esistevano due chiese. La più importante era dedicata a San Nicola (culto generalmente diffuso intorno all’XI secolo), l’altra di pertinenza del castello era dedicata a San Vito. Non si hanno che limitatissime notizie circa gli officia connotanti l’insediamento castrense.

Se ne può concludere, pertanto, che Summonte sia stato fino agli albori della modernità essenzialmente un presidio militare. L’elemento superstite di tale sistema di fortificazioni è la torre cilindrica a base tronco-conica (fine sec. XIII-inizi sec, XIV). Nonostante le analogie formali con il castello di Termoli, l’analisi stratigrafica ha riferito la fondazione del castrum all’epoca di Ruggero II. Ulteriori indagini, esaurite nello scorso anno, oltre a confermarne l’attribuzione al periodo normanno, hanno mostrato che questa ben definita architettura era stata sovrapposta ad una precedente fortificazione di XI secolo, formata da una torre e da un recinto di pali lignei, senza alcuna connessione strutturale con le parti preesistenti.

La tipologia, che a prima vista potrebbe essere assimilata ai palazzi fortificati medievali rintracciabili in Sicilia, in cui l’esperienza normanna si incrocia con quella islamica con interessanti risultati (si veda l’esempio di Adernò), ad una più attenta valutazione rivela piuttosto le caratteristiche dei presidi militari semplici di derivazione tardo antica utilizzati diffusamente dai bizantini. E’, dunque anche questa una munitio o meglio ancora un balium militum più che una residenza feudale e rappresenta l’antecedente del fortilizio termolese. Con tale termine (balium, ballium, baglio), forse derivato da un termine inglese associato a motta e attestato in varie regioni del Mezzogiorno, si può intendere un recinto di forma quadrata, rettangolare o trapezoidale formato da mura di non grande altezza, fabbricate in pietra sbozzata (in qualche caso anche pietra concia) e malta, rafforzate agli angoli da piccole torri a sezione circolare o quadrata. All’interno di questo recinto si trovava un’ampia corte circondata da pochi ambienti di ridotta profondità (ad eccezione del lato opposto alla porta di ingresso dove si trovava il volume di maggiore dimensione) accostati alle difese perimetrali. Le superfici incluse dalla recinzione variano da circa 1200 a 2400 metri quadrati.

Di un Balium militum si trova testimonianza in Montefusco (AV) e una chiesa ne ricorda ancora la presenza (S.Giovanni del Vaglio). Il fatto che a Summonte questa particolare struttura architettonica si sovrapponga a quella antecedente, cancellandola totalmente, sottrae la sua fase costitutiva a quello schema processuale evolutivo e integrativo ben delineato da Aldo A. Settia (14) e ne dimostra il valore di vero e proprio modello militare collegato a schemi strategici precisi e a pratiche di guerra codificate.

Le vicende che hanno interessato Summonte tra XI e XIII secolo consentono di spiegare il succedersi delle diverse strutturazioni difensive. L’incastellamento del centro abitato è attestato per la prima volta nel 1094, ma è probabile, alla luce dei dati ricavati dallo scavo, che si tratti di un borgo murato con una torre posta al centro dell’aggregato di case, nella parte più alta del luogo. Il castrum Submontis faceva parte della contea di Avellino, tenuta da Ruggero de Aquila, ed era stato assegnato in suffeudo a Raone di Fraineta. Costituiva uno dei punti avanzati della difesa della valle avellinese e controllava i percorsi che, provenienti dalla valle Caudina e da Benevento, erano diretti verso Avellino e verso Salerno.

Nel 1134 fu preso e distrutto da Ruggero II che dopo averlo ricostruito nelle forme del balium lo fece amministrare da Raone Malerba. Sembra evidente, in questo caso, la connessione tra la funzione territoriale e il modello di presidio militare. Quando nella prima metà del 1300 Summonte passò alla famiglia della Leonessa, il fortilizio, ritenuto poco affidabile, fu trasformato in una torre d’avvistamento di confine e ne fu alterata sia la distribuzione interna, sia la configurazione d’insieme. Il modello del balium, infatti, pur se adattato alla morfologia dei luoghi, arricchito di ulteriori elementi e applicato anche a costruzioni di notevole dimensione, manteneva una rigidezza di impianto e una vulnerabilità denotative della lentissima evoluzione delle tecniche difensive in ambito svevo.

La torre fu elevata sui ruderi del castello dove probabilmente, abitò la famiglia Malerba che tenne il feudo locale in epoca normanna. Intorno alla metà degli anni novanta, tuttavia, sono state ritrovate le strutture del castello di epoca normanno-sveva in Summonte, a seguito di uno scavo archeologico condotto dal giovane archeologo Domenico Camardo con la supervisione della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno, Avellino e Benevento. Il ritrovamento ha posto diversi problemi interpretativi. Intorno alla torre, di epoca angioina, sono emersi i cospicui resti di un fortilizio quadrangolare, con torrette cilindriche d’angolo e con il corpo centrale emergente a guisa di mastio, poi incorporato nella torre del XIV secolo.